Braccio di ferro sul bilancio e sul deficit

A scandire il mese di settembre in Italia è stato il confronto-scontro su disavanzo, debito e riforme, all'avvio di un autunno che dovrà dare vita alla nuova legge di bilancio. Dopo l'estate ripresa dei lavori molto intensa anche per le banche centrali

Obiettivo deficit/PIL al 2,4%. Il 27 settembre, superando le tensioni interne delle settimane precedenti, il governo ha trovato un punto di accordo e presentato la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza. Nota che fissa la previsione del rapporto deficit/PIL al 2,4% nel 2019 e nei due anni successivi. Al di là dell’agitazione dei mercati alla notizia (vendite sui titoli quotati a Piazza Affari, specialmente sui bancari, spread BTP-Bund schizzato di nuovo su, euro giù nel cambio con il dollaro USA), c’è da registrare la reazione della Commissione UE.

“Valuteremo”. La Commissione UE ha sì mugugnato (Pierre Moscovici, commissario per gli Affari Economici e Monetari, a caldo ha detto: un bilancio oltre i limiti delle regole condivise), ma ufficialmente, attraverso un portavoce, si è limitata a dichiarare: “valuteremo i Documenti Programmatici di Bilancio per il 2019 di tutti gli Stati membri della zona euro, Italia compresa, nelle settimane successive alla loro presentazione (entro il 15 ottobre) e prima della fine di novembre”. La strada verso la legge di bilancio 2019 è ancora lunga e deve passare attraverso le forche caudine di Bruxelles. E l’esame delle due aule del Parlamento italiano.

E le agenzie di rating? Per ora, secondo Fitch, l’Italia rimane BBB, mentre l’outlook è passato da “stabile” a “negativo”. Nel suo Global Economic Outlook Report di settembre, l’agenzia di rating ha limato le stime sulla crescita italiana nel 2018, al +1,2% dal +1,3% previsto a giugno. Per il 2019 la previsione è del +1,2%, per il 2020 del +0,9%. A fine ottobre toccherà a S&P (che intanto ha tagliato le stime di crescita per il 2018 e per il 2019) e a Moody’s aggiornare la pagella sull’Italia.

Ripassiamo qualche dato. Secondo l’ISTAT, nel 2017 il rapporto deficit/PIL è salito al 2,4% dal 2,3%. In compenso, rivisti al rialzo la variazione del PIL nell’anno, al +1,6%, e al ribasso il rapporto debito/PIL, al 131,2% dal 131,8%.

Ma torniamo al Bilancio. “Negli ultimi mesi, le parole sono cambiate molte volte e quello che ora aspettiamo sono i fatti, principalmente la legge di bilancio e la successiva discussione parlamentare”. Così il presidente della BCE Mario Draghi nella conferenza stampa post riunione di metà settembre. La Banca Centrale Europea ha confermato il tasso principale allo 0%, il tasso sui prestiti marginali allo 0,25% e il tasso sui depositi al -0,40%. Il quantitative easing terminerà a dicembre: a ottobre, gli acquisti mensili passano da 30 a 15 miliardi di euro. Ritoccate al ribasso le stime di crescita dell’eurozona.

La Fed rispetta la tabella di marcia. Come previsto, la Federal Reserve ha alzato i tassi al range tra il 2% e il 2,25%, nel terzo aumento del 2018 dopo i tre del 2017, e ha aperto alla possibilità di un ulteriore incremento per quest’anno. Ribadita comunque l’intenzione di procedere in maniera “graduale”. La politica della Fed si inserisce in un momento felice per l’economia USA, nel quale però il rimpallo sui dazi con la Cina – fra container sempre più costosi e tentativi di distensione non troppo convinti – prosegue senza soluzioni.

Rischi per l’economia britannica. La Bank of England ha lasciato il tasso allo 0,75%, ribadendo comunque la necessità di un ulteriore irrigidimento della politica monetaria, per quanto graduale e limitato. I dati economici continuano a essere in linea con le attese, ma la correzione nei mercati emergenti e la persistente minaccia di una guerra commerciale tra USA e Cina costituiscono fonti di rischio da monitorare. Per non parlare della Brexit. Non è un caso che il governatore Mark Carney, che avrebbe dovuto lasciare nel giugno 2019, abbia accettato di estendere il suo mandato fino al gennaio 2020.

Brexit, negoziati ancora in stallo. Il mese, iniziato sui toni dell’ottimismo, si è raffreddato al summit di Salisburgo, quando l’UE ha rispedito al mittente il cosiddetto “piano Chequers”, formulato nella residenza di campagna del primo ministro Theresa May a Chequers, appunto. Male anche la trattativa sul confine irlandese.

Nava si è dimesso. Lega e M5S lo avevano preso di mira per aver mantenuto il suo incarico a Bruxelles (pur con un distacco di tre anni per poter assumere la presidenza Consob, che ne dura sette): alla fine, giovedì 13 settembre, il presidente Consob Mario Nava si è dimesso. Anna Genovese, componente della Commissione con la maggiore anzianità di istituto, è subentrata come presidente vicario.

La Svezia si scopre di (centro)destra. Le elezioni in Svezia per il rinnovo della Riksdag, l’unica Camera del Parlamento, si sono risolte con la vittoria dei partiti di centrosinistra e centrodestra, che però hanno preso meno voti rispetto alle elezioni precedenti. In netta ascesa i Democratici di Svezia (SD), partito ultranazionalista. A fine mese il Parlamento ha sfiduciato il governo socialdemocratico guidato da Stefan Lofven. Favorito nella successione, con un esecutivo di centrodestra, il leader moderato Ulf Kristersson, che ha escluso un’alleanza con l’SD pur non rigettando l’ipotesi di un appoggio esterno.

Don’t cry Argentina. Il Fondo Monetario Internazionale ha alzato di 7,1 miliardi di dollari USA il piano di aiuti accordato a giugno all’Argentina, da 50 a 57,1 miliardi. L’FMI ha anche deciso di mettere a disposizione 19 miliardi di dollari extra fra oggi e fine 2019, stanti un’economia che quest’anno dovrebbe contrarsi del 2%, un’inflazione oltre il 40% e una valuta nazionale – il peso – in sofferenza. La risoluzione è arrivata dopo le dimissioni, ufficialmente per “motivi personali”, del governatore della banca centrale argentina Luis Caputo, sostituito da Guido Sandleris.

Petrolio, i produttori non mollano. L’allerta per l’uragano Florence ha spinto le quotazioni. L’OPEC, nel frattempo, ha ridotto le stime sulla domanda nel 2019. Sarà anche per questo che, malgrado le sollecitazioni del presidente USA Donald Trump, dal vertice di Algeri del 23 settembre fra Paesi OPEC e non OPEC non sono arrivate novità sull’auspicato aumento della produzione per compensare il previsto calo di forniture dall’Iran causato dalle sanzioni USA.