Brexit, non è ancora detta l’ultima

I negoziatori UE e il primo ministro UK Theresa May hanno finalmente raggiunto l’attesissimo accordo. Che però in patria scontenta molti e rischia di non ottenere l’ok del Parlamento inglese. Ecco le prossime tappe

Un documento corposo, di qualche centinaio di pagine, contiene l’accordo raggiunto dopo mesi di impegnativo confronto tra l’Unione Europea e il Regno Unito sui termini secondo i quali dovrebbe avvenire la Brexit. Sarebbe bello, per ambo le parti, poter dire che la questione si è finalmente conclusa: in verità, la strada che porta al 29 marzo 2019 – data a partire dalla quale il Regno Unito sarà formalmente fuori dall’UE – è lastricata di grandi incognite. Soprattutto interne.

L’accordo della discordia. Il documento UE-UK è stato reso noto martedì 13 novembre e approvato dal governo inglese il giorno successivo. Quasi due anni e mezzo dopo il referendum del 23 giugno 2016, nel quale il 52% degli elettori del Regno Unito si espresse a favore dell’abbandono dell’Unione Europea. Nel complesso, dal documento emerge uno scenario di “soft Brexit”, con un grado di separazione dall’UE molto meno massiccio di quello prefigurato dai Brexiteers durante la campagna referendaria.

  • L’Irlanda del Nord (che fa parte del Regno Unito) resterà per un tempo indefinito nel mercato unico europeo: questo, nell’ottica inglese, per evitare di ripristinare la vecchia linea di confine e le conseguenti tensioni con la Repubblica d’Irlanda.
  • Ribadita la durata del periodo transitorio fino al 31 dicembre 2020, ma con possibile estensione.
  • Gli inglesi usciranno da tutte le istituzioni UE, al cui network e database non avranno più accesso allo scadere del periodo di transizione.
  • Durante il periodo di transizione, sul piano commerciale, varranno sostanzialmente le regole attualmente in vigore.
  • La Corte di Giustizia Europea continuerà a operare pienamente per tutto il periodo transitorio.
  • Tra contribuzione dovuta all’UE per il 2019 e il 2020, obbligazioni assunte in precedenza e altre varie ed eventuali, il costo della separazione stimato supera i 40 miliardi di euro.

Approvazione a rischio. Ma il passaggio più stretto è quello parlamentare, atteso per i primi di dicembre. Per essere approvato, l’accordo deve ottenere almeno 318 voti favorevoli. Un “quorum” non agevolissimo da raggiungere. Entrambi i maggiori partiti del Regno – i Tories del primo ministro Theresa May e i Laburisti di Jeremy Corbyn – sono divisi al loro interno tra hard e soft Brexiteers (una fetta della base elettorale dei Laburisti punterebbe anzi a un nuovo referendum per restare in UE). Ma mentre i Laburisti potrebbero compattarsi nella bocciatura dell’accordo principalmente per mettere in difficoltà la May, tra i Tories la situazione è ben più complessa: gli hard Brexiteers vedono l’accordo come un tradimento della volontà espressa dagli elettori – tanto che si è parlato di mozione di sfiducia nei confronti della May, iniziativa poi congelata per mancanza dei voti necessari – e potrebbero per questo rigettarlo; a favore dell’approvazione resterebbero i Conservatori favorevoli a un’uscita soft e, soprattutto, ordinata.

Le prossime tappe. Dopo la seppur sofferta approvazione da parte del governo, il primo ministro May si è recata a Bruxelles per incontrare il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker. I negoziati ora sono incentrati sui rapporti commerciali post Brexit. “È stato un buon incontro e abbiamo fatto ulteriori progressi”, ha detto la May. Una missione alla quale è seguito un secondo viaggio sabato 24 novembre, per vedere Juncker prima del Consiglio Europeo del 25, che ha ratificato l’accordo. E adesso? Lo scoglio principale rimane, come detto, quello del Parlamento UK: se approva l’accordo, il Paese potrà avviarsi verso un’uscita ordinata dall’UE e, stante il periodo transitorio, tutto rimarrebbe sostanzialmente com’è ora per altri due anni o più. In caso di bocciatura, tornerebbero in campo tutte le ipotesi. Ovvero:

  • un ulteriore tentativo di negoziazione con l’UE (la quale però al momento esclude la possibilità di nuovi negoziati);
  • una crisi di governo con relative nuove elezioni;
  • un nuovo referendum;
  • una hard Brexit, ossia un’uscita dall’UE in assenza di accordo.

E gli investitori, cosa dicono? A risentire di più degli alti e bassi dell’iter verso la Brexit è stata la sterlina, che finora non è riuscita a tornare ai livelli pre-referendum né nel cambio con il dollaro statunitense né in quello con l’euro e lo yen giapponese. E la sua debolezza, com’è ovvio, si riflette su quelle aziende i cui costi di produzione sono molto legati all’import.

Il Ftse 100, il principale indice azionario della Borsa di Londra, si è difeso abbastanza bene, anche tenuto conto della presenza importante, nel suo paniere, di società i cui ricavi sono in valuta estera e quindi meno esposti alle oscillazioni del tasso di cambio.

Dal fronte obbligazionario, la curva dei rendimenti dei titoli di Stato UK dice che al momento la situazione resta nella norma, risentendo soprattutto del rialzo dei tassi avviato dalla Bank of England nel novembre del 2017.

Questa la situazione a fine novembre. Da qui a marzo mancano ancora quattro mesi circa: c’è da scommettere che prima di allora la Brexit darà nuovi spunti di analisi, riflessione e approfondimento.