Brexit, tassi e dazi: aprile è il mese dei rinvii

Il divorzio Brexit-UE ha subito un ulteriore rinvio e le relazioni commerciali internazionali si confermano fonte di incertezza. Persiste il rallentamento in Europa e le banche centrali restano in trincea

Siamo arrivati alla Halloween Brexit. Dopo marzo, finalmente aprile avrebbe dovuto essere il mese della Brexit. Ma non è stato così. Il 10 aprile, durante il vertice straordinario tra i 27 Stati UE e il Regno Unito, è stata concordata un’ulteriore estensione – al 31 ottobre 2019 – per consentire al primo ministro Theresa May di avere più tempo per radunare una maggioranza parlamentare che approvi l’accordo di divorzio raggiunto dal suo esecutivo con l’Unione Europea e presentato a fine novembre. Disinnescando, così, il rischio di un no deal. Se poi questa approvazione arrivasse prima di ottobre, non bisognerebbe aspettare Halloween per l’addio.

Cina-Stati Uniti: una never ending story. Si rinvia anche qui. All’inizio di aprile, la Cina ha minacciato nuovi dazi, poi il consigliere economico del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Larry Kudlow, ha assicurato che, al contrario, USA e Cina sono “sempre più vicini”. Ad oggi, gli alti funzionari dei due Paesi stanno programmando nuovi colloqui nel tentativo di raggiungere un’intesa entro i primi di maggio: a quel punto, un accordo potrebbe essere firmato a fine mese. Trump necessita di un’intesa, dal momento che lo stato d’animo delle imprese statunitensi a proposito del commercio internazionale inizia a deteriorarsi.

Dazi, è l’ora del derby Stati Uniti-Europa. Tocca all’Europa scontrarsi con la politica commerciale statunitense. Trump ha minacciato nuovi dazi su vari beni europei, proprio mentre gli Stati membri dell’UE stanno iniziando a negoziare i termini di un mandato alla Commissione per avviare i colloqui con Washington per un nuovo TTIP. L’obiettivo della Commissione UE è siglare un accordo a copertura unicamente dei beni industriali, che elimini i dazi per entrambe le parti e che lasci soprattutto fuori l’agricoltura.

Tassi d’interesse ai minimi. Rimandate praticamente tutte le precedenti indicazioni sui rialzi da parte dalle principali banche centrali mondiali, le quali hanno per ora deciso di lasciare invariati gli attuali tassi. Per la BCE ciò vuol dire 0% sulle operazioni di rifinanziamento principali, 0,25% sulle operazioni di rifinanziamento marginale e -0,40% sui depositi, almeno fino alla fine del 2019. La Banca del Giappone prevede di mantenere tassi bassi come minimo fino alla primavera del 2020. Nel frattempo, anche la banca centrale svedese, la banca centrale russa e l’autorità monetaria turca hanno lasciato tutto com’è. Ma soprattutto: è ferma sull’attuale casella di gioco anche la Federal Reserve.

Berlino preoccupa, Madrid vota. Il motore d’Europa si sta inceppando: l’espansione economica nel 2019 dovrebbe attestarsi allo 0,5% appena. Queste le ultime previsioni ufficiali. E intanto è saltato il matrimonio tra Deutsche Bank e Commerzbank. A proposito di Paesi UE: la Spagna a fine aprile è andata al voto, i partiti di sinistra PSOE e Unidas Podemos si sono aggiudicati 165 seggi in Parlamento, mentre il blocco di destra – Popolari, Ciudadanos e Vox – si è attestato a 147. Ottima prova per la destra nazionalista di Vox: da zero seggi a 24. I Popolari, invece, sono passati da 137 a 66.

Ancora fari puntati sull’Italia. FMI, OPEC, Standard & Poor’s, Bankitalia e chi più ne ha più ne metta: l’economia italiana è vista dalle istituzioni nazionali e internazionali come un fattore di rischio per l’intera Europa. Per ultima, l’agenzia S&P ha confermato il rating “BBB”, sempre con outlook “Negativo”. Ovvero: il nostro Paese resta sotto stretta osservazione. Preoccupazione per l’incertezza politica, che peggiora le condizioni economiche e finanziarie del Paese.

Effetto Iran (e non solo) sul petrolio. Tra tagli OPEC e collasso del Venezuela, i barili di greggio estratti hanno faticato a fare fronte alla domanda. Un deficit aggravato dalla situazione libica e dal dossier Iran. Da segnalare, infatti, che gli Stati Uniti hanno messo fine all’esenzione che consentiva a otto Paesi, fra i quali l’Italia, di continuare a importare petrolio da Teheran nonostante le sanzioni USA. Ergo, sul mercato è venuta a mancare anche questa fornitura. E, appunto, i prezzi sono andati su.

La Cina continua a crescere. Vari analisti hanno migliorato le loro previsioni relative alla crescita del PIL cinese nel 2019, dopo il +6,4% del primo trimestre che ha battuto le attese. L’espansione del credito, delle esportazioni e anche della produzione industriale hanno pure sorpreso al rialzo. Ad aprile si è poi consumato l’ulteriore avvicinamento con l’Unione Europea, non senza qualche discordanza tra gli Stati membri dell’UE (si veda alla voce “Italia versus Francia e Germania”).