Caos In Argentina. Crolla il peso e la Banca centrale aumenta i tassi

Il Banco Central di Buenos Aires ha portato i tassi al 60% per cercare di contrastare il crollo della valuta e il dilagare dell'inflazione. Ma gli investitori internazionali non si fidano più

Venti di tempesta tornano a soffiare sull’Argentina, ormai avviata su un sentiero che a molti ricorda la terribile crisi del 2001 (quella dei cosiddetti Tango Bond, costati cari a parecchi risparmiatori italiani). Nel disperato tentativo di tamponare l’inflazione dilagante e il crollo della valuta locale – il peso, che da inizio anno ha perso già oltre il 50% del suo valore – il Banco Central di Buenos Aires ha aumentato di 15 punti il tasso monetario di riferimento, già altissimo, portandolo addirittura al 60%. Ma l’intervento non sembra aver prodotto grandi benefici.

La miccia che ha innescato il crollo. A innescare la corsa al ribasso della moneta – in un contesto economico già difficile per il Paese sudamericano – ha contribuito l’annuncio di una nuova intesa tra il governo del presidente argentino Mauricio Macri e il Fondo monetario Internazionale. Nello specifico, Macri ha chiesto di anticipare le tranche di un prestito da 50 miliardi di dollari già concordato lo scorso giugno a sostegno dell’economia argentina.

I mercati non si fidano più. Una mossa letta dagli investitori internazionali come la conferma che il Paese versi in condizioni davvero critiche e che sia dunque meglio liberarsi dei pesos in portafoglio comprando dollari. Così la valuta sudamericana ha toccato il minimo record di 40,5 pesos per dollaro, mentre l’inflazione ha superato a luglio il 31%. Come se non bastasse, a complicare ulteriormente le cose ci si è messa la più grave siccità degli ultimi 50 anni, che ha danneggiato i raccolti di soia, uno dei principali beni esportati dall’Argentina. Il risultato di questo “cocktail” micidiale è stata una recessione economica, che ha messo sotto ulteriore stress il Paese: attualmente gli economisti prevedono una contrazione della crescita economica argentina intorno all’1,8% nel 2018 e un’inflazione intorno al 40% a fine anno. Il problema di base è la crisi di fiducia degli investitori internazionali, preoccupati che Buenos Aires non sia in grado di ripagare il suo debito pubblico, ripiombando in una crisi simile a quella del 2001, quando il governo arrivò a dichiarare default.

Il governo Macri costretto a fare marcia indietro. Una bella gatta da pelare per il governo del presidente Mauricio Macri, arrivato a chiudere la lunga gestione populista dei Kirchner. Marci, che in economia è un conservatore liberale, aveva avviato una serie di riforme per liberalizzare il commercio con l’estero e ridurre la spesa pubblica, in netta controtendenza rispetto alla precedente gestione di Cristina Kirchner, esponente della sinistra populista, che aveva invece varato misure protezionistiche e controlli ai movimenti dei capitali. Ma ora il presidente si è trovato costretto a fare marcia indietro e ad annunciare misure straordinarie per fronteggiare la crisi: il numero di ministeri del governo sarà dimezzato e, soprattutto, saranno introdotte nuove tasse sulle esportazioni che colpiranno alcuni dei principali prodotti argentini venduti nel mondo – granoturco, grano e carne. Nel dettaglio, gli esportatori di questi prodotti dovranno pagare allo Stato 4 pesos per ogni dollaro di valore esportato. “Sappiamo che è una cattiva tassa, contro quello che noi vogliamo stimolare, cioè le esportazioni, ma vi chiedo comprensione: è un’emergenza e abbiamo bisogno del vostro supporto”, ha detto Macri nel discorso televisivo con cui ha presentato le novità. “Diventeremo più poveri”, ha ammesso il presidente, ma tutto questo è necessario per rimettere i conti in ordine e per dimostrare al mondo e agli investitori che il Paese può andare avanti onorando gli impegni presi.  Tra le prime misure intraprese da Macri dopo essere stato eletto presidente nel 2015, c’era stato proprio il taglio delle imposte sulle esportazioni introdotte a suo tempo da Cristina Kirchner.