ESG, così il rating diventa sostenibile

Si parla sempre di rating sul debito, ma c’è anche il ratingESG, giudizio sintetico che certifica la solidità di imprese e Stati con dati riguardanti le loro performance ambientali, sociali e di governance

Esiste una correlazione positiva tra performance finanziaria e responsabilità ambientale, sociale e di impresa? Sembra proprio di sì. Ad oggi, infatti, la sostenibilità non è più vista come una moda passeggera o una scelta “buonista”, ma come un vero e proprio indicatore economico, in grado di dare importanti conferme sulla solidità finanziaria a lungo termine di aziende e Stati sovrani. Ed è proprio per questo che negli ultimi anni alcune tra le maggiori società di analisi hanno iniziato a elaborare veri e propri “rating etici”, complementari a quelli tradizionali, che si concentrano principalmente sugli aspetti economici di imprese e Paesi.

L’investimento responsabile non è una moda. Sono passati 15 anni da quando le Nazioni Unite hanno lanciato il Global Compact sui principi di responsabilità per incoraggiare le aziende di tutto il mondo ad adottare politiche sostenibili sul piano dell’impatto ambientale, sociale e di gestione. Da allora, sempre più investitori hanno iniziato a riconoscere i rischi e le opportunità legate alla sostenibilità, tanto che, ad oggi, gli investimenti cosiddetti “ESG” (Environmental, Social and Governance) rappresentano 23 trilioni di dollari a livello globale. Le pratiche ESG ormai non costituiscono più un argomento secondario per le aziende, da includere pigramente per inerzia una volta all’anno nei report sulla Corporate Social Responsibility delle società, ma rappresentano un criterio fondamentale per attrarre flussi di capitale e proteggersi da eventuali rischi futuri.

Fare del bene e avere maggiori ritorni economici. Diversi studi certificano come le società con alti punteggi ESG tendano ad avere anche rating creditizi più elevati, un costo del capitale inferiore, parametri finanziari più solidi e una performance azionaria migliore. Secondo lo studio “The Impact of Corporate Sustainability on Organizational Processes and Performance” della Business School di Harvard, ogni dollaro investito in società “di alta gamma” a livello di sostenibilità nel 1993, nel 2010 valeva 22,6 dollari, contro i 15,4 dollari delle concorrenti che invece non incorporavano pratiche sostenibili. Ma non è finita qui. Sempre secondo il suddetto studio, le azioni delle società con un elevato rating ESG risultano meno volatili, oltre che meno influenzabili negativamente dai rischi derivanti da problemi ambientali, di reputazione e/o di cattiva governance. Prendiamo il caso emblematico dello scandalo Dieselgate, che portò al crollo in Borsa dei titoli Volkswagen.

Quando il rating si concentra sulla sostenibilità. Fino a poco tempo fa, le società di analisi si concentravano principalmente sugli aspetti finanziari di una società per fare le loro valutazioni. Ma i cambiamenti climatici diventati più evidenti negli ultimi anni, così come gli scandali aziendali che hanno innescato notevoli perdite finanziarie, hanno chiaramente portato alla luce come la mancanza di trasparenza e responsabilità ambientale, sociale e gestionale possano influire negativamente sui prezzi delle azioni, sulla volatilità dei titoli e, in ultima analisi, sulla stabilità finanziaria e la reputazione di un’impresa. Ed è per questo che sempre più società di analisi hanno iniziato a sviluppare veri e propri parametri per l’assegnazione di rating etici, che non tengono conto solo delle variabili economico-finanziarie ma anche della solidità di un emittente dal punto di vista delle performance ambientali, sociali e di governance. Per esempio, iniziando a prendere in considerazione la riduzione delle emissioni di CO2, il rispetto dei diritti umani e l’efficienza nell’utilizzo delle risorse naturali.

Non solo titoli societari. Finora i riflettori sono stati puntati prevalentemente sulle azioni delle società. Le ragioni di questa preferenza comprendono diversi aspetti: dallo spettro più ampio della ricerca etica in ambito azionario ai numerosi benchmark e indici ESG. Ma è arrivato il momento di giudicare in ottica sostenibile anche il debito, compreso quello sovrano degli Stati. Esistono, pure a livello di emissioni governative, rischi connessi alla gestione delle risorse naturali, alle diseguaglianze sociali e alla corruzione, che possono incidere sui conti pubblici, sul gettito fiscale, sulla bilancia commerciale e sulla stabilità politica. I rating sui debiti sovrani mirano infatti a determinare gli effetti che determinate condizioni potrebbero avere a lungo termine sulle finanze pubbliche (come i prezzi e la volatilità dei titoli di Stato) e a individuare potenziali rischi latenti di lungo periodo (ossia eventi poco probabili, ma dai possibili effetti dirompenti), che potrebbero minare la stabilità e la capacità di un Paese di ripagare il proprio debito. E tutto ciò che afferisce all’ESG può tranquillamente rientrare nel perimetro dei rischi a livello di Paesi.