Fine del lockdown in Europa: e l’economia?

Molti Paesi europei stanno allentando le misure restrittive imposte per far fronte alla pandemia di coronavirus. Ma l’economia avrà bisogno di tempo per rialzare la testa

La fase più acuta dell’emergenza sanitaria in Europa sembra ormai superata – o almeno così si spera. E molti Paesi del Vecchio Continente stanno gradualmente allentando le misure restrittive introdotte mesi fa per tentare di contenere il contagio da Covid-19: un ritorno alla quasi normalità molto atteso e, del resto, necessario per dare una boccata di ossigeno alle economie disastrate da due mesi e passa di lockdown. Ad aprire le danze della riapertura è stata l’Austria, seguita a ruota dalla Germania e, nel giro di qualche settimana, da diversi altri Paesi. Ormai anche le zone più colpite dalla pandemia – come Italia e Spagna – stanno lentamente rimuovendo le restrizioni.

Una nuova normalità. Per rendersi conto di quanto la vita stia tornando alla normalità in Europa, basta dare uno sguardo ai “Rapporti sugli spostamenti della comunità” messi a disposizione da Google, che tracciano l’attività di negozi, farmacie, uffici e alimentari: ebbene, nelle ultime settimane si è registrato un deciso incremento degli indici, sintomo che il momento di massimo arresto delle attività economiche è alle nostre spalle – sempre che non si renda necessaria una riattivazione del lockdown.
Al momento, stando ai dati di Google, i Paesi europei più vicini ai normali livelli di mobilità sono la Germania (84% rispetto ai livelli di gennaio 2020), la Lettonia (82%) e la Finlandia (78%). Austria, Grecia, Slovenia, Slovacchia e gli altri Paesi Baltici si attestano intorno al 70%, mentre Italia, Francia e Spagna sono ancora sotto il 50%.

Cosa significa per l’economia? Solitamente la crescita o decrescita del PIL di un Paese è determinata da molteplici fattori. Ma nel primo trimestre 2020, a pesare sull’andamento dell’economia è stata un’unica variabile: la profondità del lockdown. I dati pubblicati finora non sono positivi: nei primi tre mesi dell’anno il PIL della Francia si è contratto del 5,8% su anno, quello della Spagna del 5,2%, mentre l’Italia segna -4,7% rispetto allo stesso periodo del 2019. Più contenute le perdite in Germania (-2,2%). In generale, sembra che la severità delle misure restrittive – tendenzialmente maggiore nei Paesi dell’Europa meridionale rispetto ai Paesi del Nord – sia direttamente proporzionale all’entità della contrazione del PIL.
Il problema è che il peggio deve ancora venire: i dati del primo trimestre infatti, riflettono i “lockdown” decisi dai rispettivi governi per la sola seconda metà di marzo, mentre le chiusure delle attività economiche sono andate avanti ancora in molti Paesi per tutto aprile e almeno la prima metà di maggio. Significa che possiamo aspettarci dati ancora più negativi per il secondo trimestre 2020: il Fondo Monetario Internazionale stima che il 2020 si chiuderà con un crollo della crescita del 7,5% nell’Eurozona, che registra la fine di un periodo di espansione durato sette anni.
Anche se al momento abbiamo dati solo per circa un terzo del secondo trimestre, per molti Paesi possiamo già stimare un impatto sul PIL doppio rispetto a quello registrato tra gennaio e marzo. E per alcune economie al di fuori dell’eurozona potrebbe andare anche peggio – pensiamo a Stati Uniti, Australia, Regno Unito, ancora alle prese con un tasso di contagi elevato. Insomma, mentre la vita tornerà lentamente verso la normalità, il declino della crescita economica – complice lo sfasamento temporale dei dati statistici – sembra destinato a peggiorare man mano che passano le settimane.
Un esempio? Alcune stime calcolano che la Germania dovrebbe aumentare il proprio tasso di mobilità del 10% a maggio e giugno rispetto ai livelli pre-lockdown per mantenere l’attività economica nel secondo trimestre allo stesso livello del primo trimestre. Il che è chiaramente non praticabile al momento.
Questa crisi senza precedenti ci sta dunque mostrando un altro aspetto mai visto: il flusso di dati macro negativi continuerà ancora a lungo, anche se dati empirici e in tempo reale ci suggeriscono che il peggio è ormai alle nostre spalle.