Dal Giappone nuova luce per l’export italiano

Una zona commerciale di 635 milioni di persone e che rappresenta un terzo del PIL globale. E’ questo il risultato del JEFTA, l’accordo commerciale entrato in vigore tra Unione Europea e Giappone. Cosa significa per il famoso “made in Italy”?

Il primo febbraio 2019 è entrato in vigore il JEFTA, l’accordo di partenariato economico tra Unione Europea e Giappone. Creerà una zona commerciale aperta che conta 635 milioni di persone e quasi un terzo del PIL mondiale. Il JEFTA riguarda diversi settori, ma soprattutto quelli dell’agroalimentare e automobilistico. Scopriamo insieme i contenuti dell’accordo e le opportunità per le imprese italiane.

Cos’è il JEFTA? Lo chiamano “Cars for cheese”, ma il suo vero nome è JEFTA, che sta per Japan-Eu Free Trade Agreement. L’intesa commerciale tra UE e Giappone firmata il 17 luglio a Tokyo mira a facilitare gli scambi commerciali tra il Sol Levante e l’Europa. Da una parte ci sarà la liberalizzazione del mercato automobilistico dal Giappone verso l’Europa e dall’altra quella dei prodotti agroalimentari UE verso il Paese nipponico. Si tratta del più grande accordo commerciale per dimensione economica mai siglato dall’Unione Europea, e, secondo la Commissione UE, raddoppierà l’export agroalimentare europeo. Sicuramente un’ottima notizia per la nostra economia, visto che l’export di cibo made in Italy continua già a registrare record in tutto il mondo.

Formaggi e vino in pole position. Il trend di crescita che caratterizza ormai da tempo le vendite italiane verso il Giappone è notevole. Negli ultimi sette anni, i prodotti di derivazione del latte sono stati quelli che hanno fatto registrare la migliore performance di crescita con un bel +64%. Sul secondo gradino del podio, l’incremento delle vendite di vino con un deciso +59%. Il Giappone rappresenta quindi uno sbocco strategico per le esportazioni agroalimentari italiane. Tuttavia, finora, i salatissimi dazi doganali giapponesi nel settore food&beverage – che arrivano fino al 40% sui formaggi e al 15% per quanto riguarda i vini – hanno reso per numerose aziende agroalimentari italiane assai arduo rimanere competitive sul mercato del Sol Levante.

Una manna dal cielo per il made in Italy. L’export industriale è stato l’unico settore capace di tenere in vita la debole economia del nostro Paese e di sicuro non vogliamo vederlo diminuire. Ha infatti trainato la lenta ripresa dell’Italia con tassi di crescita invidiabili, come il 7,4% registrato nel 2017. Purtroppo, dal 2018 in poi il rallentamento economico globale e le misure protezionistiche di molti Paesi hanno minato questi risultati. Tuttavia, le intese raggiunte da Bruxelles mostrano qualche spiraglio di luce. Dopo il CETA, l’accordo di libero scambio siglato con il Canada, anche l’intesa con il Giappone è di vitale importanza per la nostra economia. Il Giappone rappresenta infatti il sesto partner commerciale per l’Italia fuori dai confini UE. Nel 2017 le esportazioni agroalimentari italiane verso il Paese del Sol Levante ammontavano a circa 1,4 miliardi di euro, con una crescita del 42% in un anno.

Le voci contrarie. Secondo gli oppositori del JEFTA, la tutela delle eccellenze made in Italy (DOP, IGP, DOC) non è sufficiente, poiché solo alcune denominazioni saranno protette mentre altre saranno sottoposte a un maggior rischio di contraffazione. Il rischio contraffazione è stato sollevato da Coldiretti. Perché? Perché l’accordo non protegge dalle imitazioni e quindi non evita che altre aziende riproducano le etichette più prestigiose dei vini e formaggi italiani. Per esempio, verranno protetti i formaggi come il Grana Padano e il Pecorino Romano, marchi che verranno considerati nel loro insieme. Però nulla vieterà la riproduzione e la vendita di formaggi chiamati “Grana”, “Romano Cheese” o “Cheese Padano” prodotti fuori dalla Penisola. Le voci critiche sottolineano inoltre che l’accordo favorirebbe il guadagno solo di poche grandi imprese esportatrici e abbasserebbe gli standard sui metodi di produzione, sulla sicurezza e la qualità.

Alla luce di tutto questo dare un giudizio univoco sull’accordo non è sicuramente facile. Quel che bisogna augurarsi però è che le imprese italiane riescano a sfruttare l’intesa al meglio al fine di aumentare le opportunità di fare business con Tokyo.