Il costo (economico) del nostro orgoglio

Passare dall’autostima all’overconfidence è facile: ecco come non cadere in questa trappola, che porta con sé anche dei rischi economici

“Il fatto è che io sono una persona orgogliosa”. Quante volte ci è capitato di pronunciare queste parole? E, soprattutto, siamo certi di conoscerne tutte le implicazioni? Vediamo, innanzitutto, cosa comunemente si intende per “orgoglio”. Gli esperti che indagano la nostra psiche tendono a definirlo come quel senso di autostima e fiducia in sé che si rafforza quando riusciamo a conseguire determinati risultati. Ma a volte sfocia nella superbia e nell’arroganza: è il volto oscuro dell’orgoglio, che ci rende incapaci di metterci in discussione e, proprio per questo, può farci deragliare. Anche finanziariamente.

Orgoglio “buono” e “cattivo”. Non tutto l’orgoglio viene per nuocere. Ce n’è un tipo, infatti, che ci fa solo bene: è, appunto, l’autostima, che ci fa sentire sicuri del fatto nostro e ci fa apprezzare nella giusta misura, senza esagerare. È l’autostima che ci spinge a correre verso i nostri traguardi, i quali, se conseguiti con successo, a loro volta la rafforzano. Però c’è anche l’orgoglio che ci mette su un piedistallo, da cui spesso cadiamo facendoci tanto più male quanto più questo piedistallo è alto: è un eccesso di autostima che travasa, appunto, nella superbia. La Treccani la definisce così: “esagerata stima di sé e dei propri meriti (reali o presunti), che si manifesta esteriormente con un atteggiamento altezzoso e sprezzante e con un ostentato senso di superiorità nei confronti degli altri”. Come si può intuire, la persona che ricade in questa fattispecie fatica a riconoscere i suoi errori, per non parlare poi di correggerli.

L’orgoglio di chi fa carriera. Sul posto di lavoro, l’orgoglio inteso come autostima e fiducia nelle proprie capacità determina una preferenza per i ruoli di prestigio e per le posizioni alte in grado nella scala gerarchica, che si possono conseguire attraverso una competizione alla quale l’orgoglioso non si sottrae. D’altro canto, raggiungere questo tipo di posizioni alimenta ulteriormente l’orgoglio. I gradi in alto, peraltro, si accompagnano a una certa autonomia di decisione: decidere – e decidere bene – in autonomia incrementa l’autostima. Insomma, si sarà capito: è un circolo virtuoso. Che però, con estrema facilità, può trasformarsi in un circolo vizioso. La persona superba e tracotante che occupa le caselle più alte nella gerarchia dell’azienda può manifestare la tendenza a ricorrere all’intimidazione o alla coercizione, minacciando limitazioni o impedimenti alla carriera dei sottoposti, quando non l’allontanamento dall’azienda. Il rischio, insomma, è che l’orgoglio diventi tendenza a dominare gli altri.

La trappola dell’overconfidence. L’orgoglio può agire da paraocchi che ritarda, talvolta gravemente, la presa di coscienza che forse, in effetti, stiamo sbagliando qualcosa. Per esempio, negli investimenti sta alla base della cosiddetta overconfidence, che è un eccesso di fiducia. L’overconfidence scatta quando sovrastimiamo le nostre capacità previsionali e nutriamo la presunzione di avere il pieno controllo della situazione, trascurando il fatto che in realtà esistono variabili completamente indipendenti dalla nostra volontà. All’overconfidence si lega l’eccesso di ottimismo, cioè l’attitudine a formulare previsioni sistematicamente distorte verso l’alto. Il che può spingerci ad assumere più rischio del necessario o a ritoccare il nostro portafoglio troppo spesso. Esiste un antidoto a ciò, per il bene nostro e del nostro patrimonio? Certo che c’è: si chiama umiltà, che è l’opposto dell’orgoglio “cattivo” e ci apre al dialogo con gli altri, al dubbio, all’autocritica. Insomma, ci rende più flessibili e permeabili ai punti di vista diversi dal nostro. Per esempio, predispone meglio al confronto con il consulente finanziario che da tempo si sforza di dirci che forse non stiamo gestendo il nostro portafoglio nel modo più efficiente possibile.

Come si passa dall’orgoglio all’umiltà? Con un bel bagno di onestà. La quale all’inizio può far male, ma è la sola la chiave per liberarci dalla gabbia della nostra presunzione. Onestà e umiltà sono due qualità che, variamente combinate, possono aiutarci a riconoscere le dinamiche e le convinzioni non sempre corrette che hanno influenzato le nostre decisioni d’investimento: un primo passo verso un approccio più sano e, appunto, efficiente.