Impeachment americano e Europa sottosopra

Fra il presidente USA e il leader ucraino Zelenski è intercorsa una telefonata che potrebbe costare a Trump la messa in stato d’accusa. In Europa frena la Germania, l’Italia ha un nuovo governo, la Spagna torna al voto e il Regno Unito insegue la Brexit

La telefonatache potrebbe costare cara a Trump. A fine luglio, il presidente degli Stati Uniti d’America ha sollecitato il leader ucraino Voldymyr Zelenski affinché contattasse il ministro della giustizia USA William Barr per discutere del possibile avvio di un’indagine per corruzione a carico di Joe Biden, candidato Democratico in corsa per le presidenziali 2020, e di suo figlio Hunter. A settembre la telefonata è stata resa nota. Ora i Democratici paiono intenzionati a procedere con la richiesta di impeachment.

Trattativa Cina-USA. Ambo le parti si sono esercitate con bastone e carota: Trump ha deciso di ritardare di due settimane le tariffe aggiuntive del 5% sulle merci cinesi, in ossequio al 70esimo anniversario della Repubblica Popolare (primo ottobre). Ha anche detto di essere aperto all’ipotesi di un accordo provvisorio, di portata ridotta, ritenendo comunque che un’intesa si stia avvicinando “sempre di più”. D’altra parte, per il suddetto anniversario Pechino ha fatto sfoggio di missili (alcuni in grado di raggiungere il territorio americano in un’ora). Sul versante più pacificamente economico, l’azione della banca centrale cinese a supporto dell’economia colpita dai dazi si è confermata a tutto campo.

Al via il Conte-bis. È iniziata l’esperienza del secondo governo presieduto da Giuseppe Conte, fondato sull’alleanza tra M5S e sinistra filo-europeista. Il mese si è chiuso con la nota di aggiornamento al DEF: deficit/PIL al 2,2% e manovra da circa 29 miliardi di euro, per evitare l’aumento dell’IVA e ridurre il cuneo fiscale.

Spagna al voto (di nuovo). I negoziati tra il leader dei socialisti e premier incaricato Pedro Sanchez e il numero uno di Podemos Pablo Iglesias, avviati dopo il voto del 28 aprile, non hanno prodotto risultati: per questo, il re Felipe IV ha sciolto le Camere. E il 10 novembre gli spagnoli torneranno alle urne, per la quarta volta in quattro anni.

Brexit, Boris contro tutti. Il primo ministro inglese Boris Johnson si è scontrato con la maggioranza parlamentare, nettamente contraria alla Brexit senza accordo e favorevole a un altro rinvio. La questione si è estesa ai legami di sangue: Jo Johnson, fratello minore filo-UE di Boris, si è dimesso da viceministro ed è uscito dal gruppo Tory alla Camera dei Comuni. Tutti gli occhi sono puntati ora sul Consiglio Europeo del 17 e 18 ottobre, termine ultimo per riuscire a trovare una nuova intesa con l’UE sulle condizioni della Brexit. Concludiamo con la Corte Suprema, che ha bollato come illegale la sospensione del Parlamento inglese fino a metà ottobre sancita dal primo ministro Johnson.

Nuvole sulla Germania. Tra nuovi dati deludenti sulla produzione industriale, export in affanno e PMI di settembre non esaltanti impensierisce la Germania. Meglio la seconda economia dell’area euro: il sentiment dei consumatori francesi è aumentato inaspettatamente nel mese, mentre la fiducia delle aziende ha fatto registrare un recupero.

Arabia sotto attacco. L’Arabia Saudita ha subito una serie di attacchi agli impianti di produzione, rivendicati dai ribelli Houthi dello Yemen, ma dietro ai quali Washington e Riad hanno intravisto la mano dell’Iran (che ha respinto ogni accusa). Per i mercati petroliferi è stato lo stop più brusco di sempre di una fornitura: peggio perfino del 1990, quando Saddam Hussein invase il Kuwait, e del 1979, con la rivoluzione iraniana in corso. Le quotazioni hanno reagito con un balzo immediato.

Il ripiegamento dei prezzi. Sul finire del mese, poi, le quotazioni del greggio sono scese di nuovo anche in scia alle voci di un’offerta statunitense all’Iran per la rimozione di tutte le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump contestualmente al ritiro, nel maggio 2018, dall’accordo sul nucleare del 2015. Ma il presidente Trump ha smentito questi ultimi rumors.

La nuova età dell’oro? Nel solco dei dubbi sulla crescita economica mondiale, alimentati da un recente rapporto OCSE, e delle incognite commerciali e geopolitiche, l’oro è tornato sopra i 1.500 dollari l’oncia, per poi ripiegare al termine del mese.

L’eredità di Draghi. Giovedì 12 settembre la Banca Centrale Europea ha comunicato il taglio dei tassi sui depositi di 10 punti base, a -0,50%, e il rilancio del Quantitative Easing con acquisti per 20 miliardi di euro al mese da novembre. Il che si somma alle nuove aste TLTRO, i maxi-prestiti alle banche per rilanciare consumi e investimenti. A questo punto, ha sottolineato il presidente Mario Draghi, il testimone passa ai governi, che dovranno sostenere la ripresa con adeguate politiche fiscali. Ma il presidente uscente ne ha anche per l’UE: nel suo ultimo intervento al Parlamento Europeo, l’ha invitata a “rivedere” regole e politica fiscale, che potrebbero rivelarsi inadatte all’attuale ciclo economico negativo.

Dissidio nel board BCE. Uno dei membri del board BCE, la tedesca Sabine Lautenschlager, si dimetterà il 31 ottobre, in anticipo di più di due anni rispetto alla scadenza del suo mandato: era fortemente contraria alla ripartenza del QE e al taglio dei tassi varato a settembre.

Anche la Fed si muove. Mercoledì 18 settembre il Federal Open Market Committee, principale strumento di politica monetaria della Federal Reserve, ha tagliato i tassi di 25 punti base, al range tra l’1,75% e il 2%. Al contempo, la banca centrale USA si è impegnata a effettuare una serie operazioni quotidiane tramite la sede di New York, almeno fino al 10 ottobre: l’obiettivo è immettere liquidità nel sistema e assicurare così il corretto e ordinato funzionamento dei prestiti interbancari a brevissimo termine.

E le altre banche centrali? La Bank of Japan ha confermato i tassi d’interesse e l’impostazione accomodante della sua politica monetaria. E il governatore Haruhiko Kuroda ha lasciato intendere che c’è la possibilità di una riduzione dei tassi a ottobre. Ferma anche la Bank of England, con tassi invariati allo 0,75%, per raggiungere il target di inflazione del 2% e sostenere crescita e occupazione.