Italiani e risparmio, una relazione sopravvalutata

L’ultima edizione del Rapporto Consob sulle scelte di investimento delle famiglie italiane sfata un po’ il mito del “popolo di risparmiatori”, anche perché non sempre il bilancio familiare consente di accantonare risorse mese per mese

Italiani popolo di risparmiatori? Non così tanto. L’ultima edizione del Rapporto Consob sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, presentato a fine ottobre nell’ambito del Mese dell’Educazione Finanziaria, sembra sfatare un po’ questo mito. Il Rapporto raccoglie i dati relativi a un campione di 1.601 individui, rappresentativo dei cosiddetti “decisori finanziari italiani”, escludendo chi è attivo nel settore finanziario. Quindi?

Cala il tasso di risparmio. Spiegano gli autori: il decisore finanziario è il “percettore di reddito più elevato in famiglia (o l’uomo più anziano quando nessuno lavora, o la donna più anziana quando non ci sono uomini in famiglia), fra 18 e 74 anni”. Il campione è quindi costituito al 74% da uomini, al 27% da persone di età compresa tra i 45 e i 54 anni (questa la fascia d’età più “popolosa”), all’82% da individui con titolo di studio inferiore al diploma di laurea e al 49% da persone residenti al nord (seguono il sud e le isole con il 31% e il centro con il 20%). Gli intervistati sono per la maggior parte lavoratori dipendenti, mentre il 60% del campione dispone di un reddito mensile familiare tra i 1.051 e i 2.550 euro. Ma entriamo nel vivo del Rapporto. Ebbene, dallo studio emerge che la ricchezza netta delle famiglie italiane – ovvero il saldo tra le loro attività (liquidità, azioni, obbligazioni, eccetera) e le passività finanziarie – rimane stabile sui livelli del 2012, mentre il tasso di risparmio lordo – che misura l’incidenza del risparmio sul reddito disponibile lordo – è in calo dal 2014 in Italia come nell’area euro, ma con il dato italiano costantemente al di sotto del media dell’eurozona. In compenso, dal 2015 la resilienza finanziaria delle famiglie, misurata in base al rapporto passività/attivi e al rapporto tra debito familiare e Prodotto Interno Lordo, mette in luce proprio l’Italia, che si distingue per i suoi dati storicamente più favorevoli su questo fronte rispetto all’eurozona.

Nel dettaglio, a fine 2017:

  • il rapporto passività/attivi ammontava al 30% circa nell’eurozona, mentre si attestava poco sopra il 20% in Italia;
  • il rapporto tra debito familiare e PIL era poco sotto il 60% nell’area euro, appena sopra il 40% in Italia.

Le famiglie investono poco. Nel periodo 2011-2017, l’inclusione finanziaria delle famiglie, intesa come l’accesso ad alcuni prodotti e servizi bancari (conti bancari, carte di credito e carte di debito), è aumentata specialmente in Italia, che attualmente appare in linea con la media dell’eurozona. Al contrario, i numeri sulla familiarità con gli strumenti di pagamento digitali segnalano ancora una certa distanza. E per quanto riguarda gli investimenti? Il rapporto conferma la tradizionale tiepidezza degli italiani, considerando che a fine 2017 il tasso di partecipazione delle famiglie al mercato finanziario – inteso come possesso di prodotti di investimento – si attestava al 29%.

Consulenza finanziaria, questa sconosciuta. Sono ancora poche le famiglie che fanno ricorso a una consulenza professionale: addirittura, oltre il 50% degli intervistati non sa neanche dire in cosa consista il servizio di consulenza in materia di investimenti. Quindi, cosa fanno le famiglie italiane per acquisire informazioni utili? Facile:

  • in quasi il 50% dei casi, si avvalgono del funzionario della banca di riferimento;
  • in più del 40%, si rivolgono a fonti informali come amici, colleghi, blog e social network;
  • nel 30%, consultano fonti specialistiche come siti web e magazine specializzati;
  • nel 25% dei casi, consultano i prospetti finanziari;
  • l’opzione del consulente indipendente rimane invece poco gettonata.