L’altra guerra commerciale: la guerra dei rifiuti

L’infinita guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina e l’emergenza ambientale hanno portato Pechino a chiudere le porte agli scarti riciclabili provenienti dall’Occidente, dove però le discariche stanno tracimando

I media internazionali non parlano che di guerra commerciale, di dazi e delle possibili ripercussioni economiche sul commercio globale. Ma la cosiddetta trade war tra Washington e Pechino va oltre i dazi imposti dall’amministrazione Trump. Lontano dai riflettori è in atto un’altra guerra tra superpotenze: quella dei rifiuti. Sì, avete capito bene: parliamo della nostra spazzatura, montagne di scarti di plastica e cartone che i Paesi occidentali producono e che sono solo parzialmente riutilizzabili.
Cosa c’entra Pechino in tutto questo? C’entra perché dal primo gennaio 2018 il gigante asiatico – che acquistava il 50% di tutti i rifiuti statunitensi ed europei – ha deciso di smettere di essere la pattumiera del mondo, bloccando l’importazione di diverse tipologie di rifiuti riciclabili e mettendo gli Stati Uniti e tutta l’industria del riciclo in seria difficoltà.

Cina, la pattumiera del mondo. Secondo una ricerca condotta da Science Advances, soltanto nel 2016 la Cina ha importato 7,35 milioni di tonnellate di plastica provenienti da 43 Paesi diversi, per lo più occidentali e sviluppati. L’enorme quantità di rifiuti contaminati che dal 1992 è entrata negli impianti cinesi è pari ai tre quarti di tutta la produzione globale. Il risultato? Enormi discariche a cielo aperto, ingenti quantità di plastica buttata in mare e territori completamente rovinati. Pechino però ci guadagnava. Grazie a lavoratori poveri e a basso costo e alle discariche illegali, l’economia dei rifiuti del Sol Levante generava un mercato stimato nel 2016 in 17 miliardi di dollari. Ma la svolta green cinese e l’imposizione dei dazi da parte degli Stati Uniti su molti prodotti cinesi hanno portato Pechino a eliminare del tutto simili importazioni.

Svolta ecologica o ritorsione? Fino al 2018 il 45% di tutta la plastica riciclabile prodotta al mondo veniva venduta e spedita in Cina, dove un’intera industria specializzata in questo settore è stata in grado di generare un giro d’affari totale da 200 miliardi di dollari e 1,5 milioni di posti di lavoro. Ma a partire dal primo gennaio 2018 il gigante asiatico ha deciso di smettere di essere la pattumiera del mondo, bloccando anche l’importazione di diverse tipologie di rifiuti riciclabili. Già nel 2013 il governo aveva lanciato l’operazione “recinto verde” per arginare l’import di rifiuti di bassa qualità e contrastare le spedizioni illegali di scarti industriali ed elettronici. Infine, il blocco di un anno fa, motivato dalle “grandi quantità di rifiuti sporchi o tossici” presenti nei materiali riciclabili e “nocivi per l’ambiente cinese”. Ma è stata l’imposizione dei dazi la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

L’arma di Pechino contro i dazi USA. Lo stop introdotto dalla Cina sta già mettendo in ginocchio l’economia del riciclo dei Paesi occidentali. E non di poco. Montagne di scarti di plastica e di cartone si stanno accumulando nelle discariche statunitensi ed europee, impreparate a un evento simile. Il prevedibile risultato? Orrore ecologico. Tante città e Stati considerati “virtuosi” come Filadelfia e l’ecologico Oregon non riescono più a riciclare i rifiuti e, pur mantenendo i contenitori per la raccolta differenziata, stanno iniziando a spedire il tutto senza distinzione alla discarica. Il mercato dei prodotti riciclati, poi, è troppo piccolo e costoso rispetto all’offerta smisurata di materiali nuovi e pronti alla vendita. Così, dopo l’alt cinese ora milioni di tonnellate di rifiuti resteranno entro i confini americani ed europei.

Le nuove rotte contaminate. La guerra della spazzatura ha colpito anche altri Paesi, che si sono lasciati ingolosire dai fatturati cinesi del passato. Malesia, Filippine, Indonesia, Thailandia e Vietnam su tutti. I suddetti Stati si sono inizialmente mostrati disponibili ad accogliere i rifiuti dall’Occidente, ottimisti com’erano verso l’impulso che il settore poteva dare alle economie locali. Ma si sono ben presto ricreduti. Malesia, Indonesia e Filippine hanno già ingaggiato battaglie diplomatiche con i Paesi occidentali per via di decine di container di rifiuti non riciclabili entrati illegalmente, quindi senza il consenso dei governi. Le nuove rotte dei rifiuti passano anche per la Turchia (+191,5% rispetto al 2017) e alcuni Paesi dell’est Europa che però, privi degli impianti necessari a smaltire la quantità di rifiuti in entrata, sono stati sommersi dagli scarti del mondo occidentale, ai quali si aggiungono quelli domestici. Secondo gli analisti, entro il 2020 la guerra dei rifiuti imposta dalla Cina determinerà costi proibitivi e seri problemi logistici e ambientali per molti Paesi, Stati Uniti in primis.

La fine del riciclo? Secondo un recente articolo apparso sul New York Times, la guerra dei rifiuti in atto potrebbe portare alla fine dell’economia del riciclo. Come mai? Per via degli alti costi da sostenere per far fronte agli scarti prodotti, che superano di gran lunga quelli necessari per sfornare materiali nuovi di zecca. Va da sé che le industrie sceglierebbero di produrre ex novo piuttosto che riciclare. Con la scomparsa del compratore per eccellenza, la Cina, gli intermediari del recycling hanno infatti moltiplicato i prezzi, a volte quadruplicandoli. Semplicemente perché nessun Paese ha la capacità di recuperare quello che recuperava la Cina. Il mercato dei prodotti rigenerati, poi, è troppo piccolo rispetto all’offerta smisurata di materiali da riciclare. Così la rigenerazione rallenta e i magazzini si intasano di materiali che non trovano sbocchi di mercato.

Cosa si può fare? Puntare sulla modernizzazione degli impianti di produzione e sullo smaltimento di plastiche, ridurre la produzione di rifiuti riciclabili e investire in programmi per la ricerca e lo sviluppo di nuovi materiali biodegradabili e compostabili capaci di replicare le caratteristiche di versatilità e resistenza della plastica. Ce la faremo?