Quando non sai di non sapere: l’effetto Dunning-Kruger

Chi non è ferrato su un argomento tende a non rendersi conto della propria incompetenza e a ritenere invece di saperla lunga: il che, quando si tratta di investimenti, può avere serie ripercussioni

Partiamo da un esempio di stretta attualità: le epidemie virali. Domenica scorsa siete stati a pranzo da vostra nonna e in quell’occasione avete rivisto vostro zio, dirigente d’azienda in pensione. Voi non ne seguirete le orme, considerando che studiate medicina all’università. A un certo punto, tra il secondo e il contorno, s’è intromesso a tavola l’argomento delle grandi epidemie.
Vostro zio si è detto convintissimo che alla base c’è un complotto e vi ha pure spiegato, fin nei più piccoli dettagli, il come, il dove e il perché. Voi, per gli studi che fate, sapevate che stava dicendo una serie di fesseriee avete provato a fargli capire che le cose non stanno esattamente come lui sostiene.
Eppure, lui sembrava sicuro del fatto suo, voi, invece, eravate alquanto esitanti. Com’è possibile, dato che gli esperti attorno a quella tavola eravate voi? Ce lo spiega l’effetto Dunning-Kruger, che si applica molto bene anche ai saperi economico-finanziari.

Alle origini dell’effetto Dunning-Kruger. L’effetto Dunning-Kruger deve il suo nome a due ricercatori della Cornell University, David Dunning e Justin Kruger, che lo hanno descritto nel 1999: in pratica, ci dice che proprio chi è meno competente su un argomento tende a non rendersi conto della sua incompetenza e a credere invece di saperla lunga, avendo grande fiducia in sé. Vi ricordate il buon Socrate, quando nel quinto secolo avanti Cristo formulò il ben noto “so di non sapere”?
Ecco, qui siamo sulla sponda esattamente opposta: io non so di non sapere. Dunque rischio non solo di dire corbellerie, ma anche – quando si tratta di prendere decisioni di spesa, risparmio e investimento – di farle. Non solo: rispetto a quel che già si sapeva dai tempi di Socrate (ma forse anche già da prima), Dunning e Kruger hanno misurato la propensione degli incompetenti a sopravvalutarsi.

Dimmi quanto ti sopravvaluti e ti dirò chi sei. Lo spunto dell’indagine arrivò da un gustoso fatto di cronaca. David Dunning lesse sul World Almanac del 1996 la notizia di un uomo, McArthur Wheeler, che, notando la trasparenza del succo di limone, concluse di poter far propria questa strabiliante caratteristica spalmandoselo addosso. E così agghindato, credendosi trasparente come il succo di limone e dunque sostanzialmente invisibile, commise un paio di rapine. Stranamente, fu invece ben visto e riconosciuto.
Dunning pensò: se costui è troppo sprovveduto per fare il rapinatore, forse è anche troppo sprovveduto per sapere di essere troppo sprovveduto per fare il rapinatore. Ma è possibile, si domandò Dunning, misurare il grado di competenza che ognuno crede di avere per poi compararlo con la sua reale competenza? Organizzò quindi un progetto di ricerca con un suo laureando, Justin Kruger.

Caro professore, l’incompetente non ti teme. Emerse così negli incompetenti la tendenza a sovrastimare le proprie prestazioni e a sottovalutare quelle degli altri. Il che ci porta a un’altra conclusione: non solo gli sprovveduti sono incapaci di rendersi conto di quanto siano sprovveduti, ma, convinti di non esserlo, arrivano a peccare di supponenza. Nutrendo cieca fiducia nelle proprie capacità, non solo non percepiscono i loro limiti ed errori, ma – esattamente come vostro zio ex dirigente d’azienda – faticano a riconoscere la competenza degli altri, sminuendoli (che nervi vostro zio, eh?).
Ma non tutto è perduto: quando il “falso competente” accetta di mettersi in discussione e di aprirsi finalmente al sapere, registra un progressivo calo della sua sicumera all’aumentare delle informazioni e delle nozioni vere e fondate che riceve. La sua fiducia in sé riprenderà a salire solo dopo che avrà acquisito un sufficiente grado di conoscenze e competenze.

effetto Dunning-Kruger

Ed ecco spiegata anche la vostra esitazione: proprio perché state ancora imparando, ma al contempo ne sapete già abbastanza su quanto complicata sia la virologia, siete immuni alla protervia di vostro zio finto competente. E, d’altra parte, tendete a sottostimare le vostre conoscenze e capacità. Questa “debolezza” è l’altra faccia dell’effetto Dunning-Kruger, che per paradosso mina la posizione di chi è esperto (voi) e rafforza quella dell’inesperto (vostro zio). Insomma, per un verso come per l’altro, il Dunning-Kruger è un bias cognitivo.

Il bias cognitivo applicato alla finanza. Nel suo più recente rapporto sulle scelte finanziarie delle famiglie italiane, Consob ci dice che “in linea con le rilevazioni degli anni precedenti, la cultura finanziaria delle famiglie italiane si conferma molto contenuta”: basti pensare che il 21% degli intervistati non conosce neanche una delle nozioni di base – inflazione, relazione rischio/rendimento, diversificazione, caratteristiche dei mutui, interesse composto – e delle nozioni avanzate proposte nella survey e solamente il 2% definisce in modo corretto tutte le nozioni.
Ed è proprio qui che s’insinua l’effetto Dunning-Kruger: quanto alla consapevolezza del proprio livello di conoscenze finanziarie, infatti, prima della verifica puntuale delle nozioni menzionate il 14% del campione mostra un disallineamento fra conoscenze percepite e conoscenze reali, nel senso che sopravvaluta il suo sapere. Un bias, questo, che può avere ripercussioni non di poco conto sui portafogli e sui risparmi, già solo nel momento in cui si sceglie un mutuo o si preferisce un deposito semestrale a un BOT di pari durata (o viceversa).
Insomma, il Dunning-Kruger può far male: per evitare che ciò accada, l’unica strada è cominciare a mettersi seriamente in discussione. Per non essere più sprovveduti come il povero McArthur Wheeler.