Turchia: cosa succede (e gli effetti sui mercati)

Erdogan difende l’operazione anti-curdi tesa, a suo dire, a difendere i confini turchi, ma Stati Uniti ed Europa pensano di sanzionare Ankara. Intanto le tensioni geopolitiche si riflettono negativamente sui mercati

Ci risiamo: purtroppo il territorio compreso fra Siria, Iraq e Turchia torna a essere protagonista sulla scena internazionale. Dopo l’annuncio da parte di Washington del ritiro delle truppe americane dal nord-est della Siria, il presidente Erdogan si è sentito autorizzato a dare il via a un’offensiva militare nella zona, a scapito del popolo curdo. Ed è così che attraverso l’operazione denominata “Peace Spring” le forze turche hanno penetrato il territorio siriano per circa 30 chilometri, accingendosi a creare una “zona sicura” dove poter spostare i 3,6 milioni di rifugiati siriani ospitati fino ad oggi sul suolo turco. L’avanzata turca ha subito riscontrato forti condanne da parte della comunità internazionale, Unione Europea in primis, ma Erdogan non sembra voler mollare. Con quali conseguenze sul piano geopolitico ed economico internazionale?

Chi sono i curdi e perché rivendicano quei territori. La storia del popolo curdo è costellata di sofferenze e giochi di potere fra super potenze. Tutto risale al crollo dell’Impero Ottomano alla fine della Grande Guerra, quando venne promessa, attraverso il Trattato di Sèvres del 1920, la creazione del futuro Stato curdo nel nord-est dell’attuale Siria. Ma nel 1923 un altro trattato, quello di Losanna, riconobbe la nascita della Repubblica di Turchia, annullando le speranze curde e dividendo quel territorio tra Siria e Iraq. Da allora, per milioni di curdi iniziò una battaglia per rivendicare la propria lingua e cultura, e soprattutto per avere un proprio Stato indipendente. E oggi? I curdi si sono accreditati come forza in grado di respingere militarmente l’ISIS, e hanno per questo ottenuto finanziamenti logistici e militari sia dalla Russia che dagli Stati Uniti, per venire poi abbandonati da questi ultimi a seguito della neutralizzazione dello Stato di Daesh. I curdi si trovano ora al confine tra Turchia e Siria, con la Turchia che li considera “terroristi” pericolosi per la sicurezza del Paese.

Gli interessi di Ankara e la minaccia all’Europa. Perché Erdogan ha deciso di “invadere” la Siria? Secondo il presidente, i motivi sono due: il primo è creare una zona-cuscinetto nel  nord del Paese in cui costruire un campo profughi per i 3,6 milioni di rifugiati siriani attualmente in Turchia. Il secondo è preservare la sicurezza del Paese contro alcuni gruppi terroristici curdi come il gruppo paramilitare del PKK. Erdogan aveva da tempo presentato il suo progetto all’Unione Europea, un progetto di 27 miliardi di dollari che prevedeva la costruzione di case, scuole, moschee e ospedali in quel territorio per i rifugiati siriani. Ma sia la comunità internazionale che l’Unione Europea non hanno dato risposta affermativa e oggi sembrano unanimi nel condannare l’invasione ordinata da Erdogan, con l’UE – tra cui Italia e Regno Unito – che ha deciso di limitare fortemente la vendita di armi ad Ankara. Peraltro, la scelta di avviare una nuova operazione militare in territorio siriano si sta ripercuotendo anche sui mercati.

Lira e bond turchi in picchiata. Le conseguenze delle operazioni militari in Siria sulla già provata lira turca dipenderanno in sostanza dalla percezione che il mercato avrà del rapporto con il presidente USA Donald Trump: dovesse prevalere la lettura di un’incursione per niente avvallata dall’America, la fuga di capitali s’intensificherebbe. Le tensioni geopolitiche, infatti, si sono già riverberate su azionario e obbligazionario: nelle prime due settimane di ottobre, la Borsa di Istanbul ha ceduto oltre il 10%, mentre la lira turca ha perso il 4% nel cambio con il dollaro USA. Male anche i titoli di Stato, con il rendimento del decennale passato dal 13,20% al 15,18% e quello del biennale dal 13,45% al 15,44%. Ai bond non fa bene questo scenario di guerra, anche perché, se persiste, quasi certamente comporterà un aumento della spesa militare, che in un’economia in recessione come quella turca verrebbe finanziata in deficit, cioè ricorrendo a maggiori emissioni e premendo così al ribasso sui prezzi.

La salute economica della Turchia è importante per l’Europa. Un’economia turca debole non è una bella notizia per l’Europa. La situazione si è fatta più pesante dopo che l’amministrazione Trump ha annunciato l’avvio di probabili sanzioni economiche e dazi contro la Turchia se l’avanzata siriana non verrà interrotta. Un’economia turca in picchiata però sarebbe un pericolo per molti Stati europei, Germania in primis, considerando che la diminuzione delle esportazioni tedesche si deve anche al calo della domanda turca di beni e servizi registrato quest’anno. Anche per l’Italia sarebbe un problema, considerando che la Turchia è il primo cliente al mondo per numero di vendite di armamenti italiani. Ankara per il Vecchio Continente rappresenta il quinto partner commerciale (e il primo partner della Germania). Interrompere questi rapporti, dunque, avrebbe conseguenze economiche non di poco conto.