Il futuro della moda? Parte dal recupero della frutta

Tessuti superleggeri e tecnologici nati dalla trasformazione degli scarti degli agrumi: è l’idea innovativa di Orange Fiber, startup siciliana tutta al femminile. La nostra intervista alla fondatrice Enrica Arena

Orange Fiber è una startup catanese, nata dall’intuizione di Adriana Santanocito ed Enrica Arena, che ha sviluppato una tecnologia che produce tessuti pregiati dagli scarti degli agrumi, portando sostenibilità in un settore che ne aveva certamente bisogno. Non a caso i processi produttivi da scarti si sono moltiplicati (esistono infatti altre aziende che producono materiale tessile usando mele, uva, cocco). L’azienda siciliana si è imposta in pochi anni sia nel panorama dell’innovazione sia in quello della moda e ha già collaborato con brand di rilevanza globale come Ferragamo e H&M. Il valore della proposta di Orange Fiber, che nel 2018 ha partecipato alla ING Challenge sulla Green Economy, è stato testimoniato dal successo della campagna di equity crowdfunding appena conclusa sul portale CrowdFundMe, sul quale ha raggiunto e superato l’obiettivo di 650 mila euro.  Abbiamo parlato della strada fatta finora e del futuro di Orange Fiber con una delle due fondatrici, Enrica Arena.

Ci sintetizza la storia di questi primi anni di Orange Fiber? «L’intuizione della mia socia Adriana Santanocito risale al 2011: creare un tessuto a partire dagli scarti della lavorazione degli agrumi. La prima fase è stata dedicata a tutelare l’invenzione, col deposito del brevetto al Politecnico di Milano, e a raccogliere i fondi per un primo prototipo. Solo più tardi è arrivato il momento di costituire l’azienda: era il 2014, eravamo in piena fase pre-Expo, c’era molta attenzione per innovazione e la sostenibilità del cibo».

È stato difficile passare dal prototipo al prodotto? «Lo scoglio più grande era sempre la domanda: “Quanti metri riesci a darmene?”. In quel periodo si è avvicinato a noi Salvatore Ferragamo che ha avuto un approccio paziente e costruttivo. Nell’ambito della partnership abbiamo fatto una serie di test, il prodotto si è sviluppato e ci ha permesso di arrivare alla prima produzione, la Capsule Collection Ferragamo del 22 aprile del 2017, in occasione della Giornata della Terra».

Cosa c’era in quella collezione? «Una serie di capi, tra cui foulard, sciarpe, camicie, abiti, che sono stati venduti nei negozi monomarca del brand».

Nel frattempo siete entrati nella galassia H&M: cosa vi ha dato collaborare con la fondazione? «Abbiamo vinto il Global Change Award, in cui vengono premiati startup, gruppi e centri di ricerca che sviluppano innovazioni in grado di chiudere il cerchio della moda, uno dei settori più inquinanti al mondo. Abbiamo fatto parte di una selezione di capi in materiale sostenibile lanciata da H&M, la Conscious Exclusive 2019, con un top che è andato esaurito in poco tempo».

Come funziona il processo di produzione? «C’è una prima fase di estrazione della cellulosa dal pastazzo, quel che resta della spremitura degli agrumi. Quello che si ottiene è una cellulosa adatta alla filatura. Dal filato si arriva poi al tessuto. Le nostre fibre sono considerate artificiali perché è artificiale il trattamento della matrice naturale. Ci rifacciamo alla categoria merceologica dell’acetato e della viscosa, per intenderci».

E’ un prodotto completamente diverso o simile ad altre stoffe, ma più sostenibile? «Ci piace valorizzare il fatto che il nostro tessuto possa essere utilizzato come altre fibre tradizionali e che non serve un cambio di fornitura della filiera per i brand. Questi ultimi, hanno quindi a disposizione una materia prima più sostenibile perché sottoprodotto alimentare, non estratto dall’ambiente, e il vantaggio di proporre sul mercato un tessuto dall’effetto sorpresa. Il nostro prodotto infatti, ha una consistenza simile alla seta, quasi impalpabile. A giugno abbiamo annunciato una collaborazione con Marinella, lo storico produttore napoletano di cravatte».

Che sfide avete davanti per crescere? «Ci siamo rese conto che ci serve un magazzino. Il mondo della moda ha tempi rapidi, il nostro ciclo di produzione dagli agrumi ai tessuti va dai sei ai nove mesi, non avere un magazzino rischiava di disincentivare i brand. Attualmente stiamo lavorando per ottimizzare i processi, la recente raccolta di capitale va nella direzione dell’acquisto di un macchinario che ci permetterà di produrre contemporaneamente una parte di prodotto destinato alla vendita e una parte per il magazzino».

Com’è stata la vostra esperienza di imprenditoria al femminile? «La nostra difficoltà più grande è stata quella di muoverci in un ambiente che è molto più orientato a investimenti nel mondo del digitale e delle piattaforme di e-commerce che non in startup come la nostra, inserita nella produzione industriale. È un aspetto triste, a mio parere, perché la manifattura e il know-how nei processi potrebbero dare molto all’innovazione in Italia».