Essere fotoreporter nell’era digitale

Il mondo della fotografia è stato rivoluzionato dall'avvento del digitale e dai social media, ma la figura del fotoreporter sul campo è ancora fondamentale per raccontare storie di prima mano. Francesco Lastrucci, uno dei fotografi italiani più pubblicati all'estero, ci racconta il suo percorso

«Se le tue foto non sono buone abbastanza, è perché non ti sei avvicinato abbastanza», disse Robert Capa, uno dei maestri del foto-giornalismo. In un’epoca in cui le guerre, popoli e fatti sono raccontati senza mai uscire da una redazione, uno dei motivi per cui il mestiere del foto-reporter ha ancora tanto fascino è perché esiste solo avvicinandosi, andando sul campo, sporcandosi le scarpe. È una delle professioni che ha subìto più cambiamenti nell’era dei social media, ma ha mantenuto intatti forza e prestigio. Francesco Lastrucci, fiorentino, 43 anni, è uno dei fotografi italiani più richiesti dalle riviste internazionali: lavora per New York Times, National Geographic Travel, Wall Street Journal, Smithsonian Magazine. Ha coperto le storie degli uiguri in Cina, dei curdi in Iraq, le foreste tropicali in pericolo della Cambogia.

In che momento hai deciso che sarebbe diventato un fotografo?
«Abbastanza tardi, avevo almeno 26 anni. Mi interessavo di fotografia come possono farlo tutti, con la macchina di mio padre, non c’erano i social ed era solo per piacere personale. Poi ci ho preso la mano, ero in crisi su quello che volevo fare, studiavo architettura ma non andavo avanti e ho sentito che la fotografia poteva essere il mio linguaggio. Dell’architettura mi piaceva il fatto che racchiudesse discipline diverse, condensandole in un solo linguaggio, proprio come la fotografia, che però mi sembrava più accessibile e amica, più personale».

Come ha imparato a fare foto?
«Sembra strano, ma per la parte tecnica mi ha aiutato un corso in dvd del National Geographic, ho imparato tante cose e mi ha avvicinato a quelli che sarebbero diventati i miei eroi. In quel periodo mi trasferii a Stoccolma con la mia ragazza, lì ho iniziato a fare l’assistente per i fotografi di moda. È un ottimo modo per imparare, hanno un buon senso della tecnica e del business, due cose che poi tornano utili. Dopo sono tornato a Firenze e mi sono buttato al 100% sulla fotografia».

In quegli anni Lastrucci inizia come tanti fotografi: fa lavori per aziende, matrimoni, cataloghi di moda. I primi tempi non sono mai facili. «Ero un po’ perso, non sapevo in che direzione andare». La svolta arriva con il primo incarico a lungo termine, tre mesi in giro per l’Italia con un programma TV canadese di cucina. «Non solo è stata una palestra incredibile, ma ci ho anche tirato fuori il primo portfolio da mostrare ai photo-editor di riviste e giornali». Lastrucci inizia a bussare alle redazioni e arriva il primo incarico di prestigio. Un reportage sulla cucina toscana a Firenze per conto del New York Times. «Era nella sezione Travel, ma quel tipo di servizi sul NYT spaziano oltre la dimensione del viaggio». Da allora è diventato fotografo di riferimento per diverse testate americane e ha allargato il suo raggio d’azione al reportage puro. I suoi ultimi dieci anni sono stati ad alta intensità, proprio mentre il mondo del giornalismo affrontava la più complessa transizione della sua storia.

Come è cambiata la vita del fotografo di reportage rispetto agli inizi?
«Innanzitutto è scoppiata la crisi finanziaria, la prima cosa che mi disse il photo-editor del New York Times fu: “Inizi nel momento peggiore!”. C’è stato il passaggio definitivo al digitale, già nel 2008 i fotografi che lavoravano in pellicola iniziavano ad avere problemi logistici. Col digitale la competizione è aumentata: su 100 fotografi di oggi, forse dieci sarebbero in grado di lavorare in pellicola. E sono cambiati i lettori: il reportage geografico è saturo, oggi servono storie più sfaccettate, stratificate, dettagliate. L’aspetto difficile per un fotografo oggi è confrontarsi con un mondo saturo di immagini, non esiste più nessun effetto sorpresa, contano gli approfondimenti, i progetti a lungo termine».


Quali sono state le altre difficoltà?
«Trovare una voce. Come in tutte le discipline creative, all’inizio tendi a copiare i tuoi eroi, poi arriva il momento di staccarsi, imparare senza emulare. Professionalmente, la sfida è lavorare on demand. È facile scattare belle immagini quando stai seguendo un progetto personale, lo è meno quando hai poco tempo, un committente esigente e tutti i guai che possono capitare sul campo. È essenziale che il tuo datore di lavoro sappia che porterai il lavoro a casa in ogni caso».

Come per ogni fotoreporter la carriera di Lastrucci è in equilibrio tra progetti personali e servizi assegnati dalle riviste. A causa del lockdown, le classiche storie di viaggio sono per il momento sospese, nel 2020 ha lavorato a un lungo reportage sulle aree interne italiane per lo Smithsonian Magazine, che sarà pubblicato la prossima primavera. I due progetti a lungo termine più ambiziosi sono sulla Guajira, in Colombia, della quale ha per anni esplorato le comunità indigene, e sui Saharawi del Sahara Occidentale. «I progetti personali sono fondamentali, ti aiutano a crescere».

Qual è un buon modo per aprirsi al mercato internazionale?
«Le letture portfolio organizzate dai festival con photo-editor da tutto il mondo sono un ottimo modo per presentare il proprio lavoro. Consiglio quelle organizzate da Cortona on the move e da Photo Lux a Lucca. Quando ci si presenta via mail, suggerisco di proporre una storia specifica e non il proprio lavoro in generale. E poi servono fortuna, tempismo, la storia giusta al momento giusto, bisogna leggere tanto, essere molto informati».

Meglio specializzarsi in un’area del mondo?
«Credo sia secondario, la cosa importante è avere uno stile visivo riconoscibile, per qualcuno sarà concettuale, per un altro più personale. Lo stile, la voce, le scelte che si fanno, dipendono da come si vede il mondo ed è la parte più entusiasmante».

Che ruolo ha Instagram nel suo lavoro?
«Da quando National Geographic Travel pubblica le mie foto sull’account ufficiale, il mio profilo ha avuto una spinta incredibile. Io lo vedo come un blog, per tenere aggiornato chi mi segue sui miei lavori e per tenere vivo l’archivio. Mi piace dare l’impressione che le storie che racconto siano sempre in qualche modo aperte».

Hai mai pensato di diventare fotografo o ti piace fotografare nel tempo libero? Quali sono i fotografi che segui? Raccontacelo nei commenti.

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