Clima, ecco cosa è emerso dal summit voluto da Biden

Il presidente Usa Biden vuole segnare un cambio di passo rispetto a Trump e dà il via a una gara a chi fissa obiettivi più ambiziosi. Ma la Cina fa la vaga

Lo scorso 22 aprile, ne avrai sentito parlare, si è celebrata la Giornata Internazionale della Terra. In quell’occasione, ha anche preso il via un summit di due giorni sul clima organizzato dal presidente americano Joe Biden: all’incontro hanno partecipato 40 capi di stato e di governo. Tra questi, oltre alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e al presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, spiccano in particolare il presidente cinese Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin, i cui rapporti con gli Stati Uniti non sono in questo momento propriamente idilliaci.

Tutti improvvisamente d’accordo?

Eppure, tutti hanno accettato l’invito di Biden, mettendo da parte le divergenze e riunendosi – anche se solo virtualmente – per ribadire il proprio impegno nella lotta contro il cambiamento climatico. Cosa è successo? Davvero l’interesse comune alla tutela del nostro Pianeta ha prevalso, riuscendo per una volta a mettere tutti d’accordo?

Beh, non esattamente. Diciamo piuttosto che nessuno vuole fare la figura di quello che ostacola gli sforzi internazionali verso un mondo meno inquinato. E che tutti, per una ragione o per un’altra, hanno interesse a mostrarsi attenti alla tematica ambientale.

Vale per gli Stati Uniti, secondo Paese al mondo per emissioni di CO2, con il neo presidente Biden che sta cercando in tutti i modi di evidenziare un cambio di passo rispetto al suo predecessore Trump, che aveva ritirato gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul Clima (sono poi rientrati subito dopo l’elezione di Biden) e reintrodotto numerose norme che favorivano l’estrazione di combustibili fossili.

E vale sicuramente per la Cina, che ha bisogno di migliorare la sua immagine agli occhi del mondo, dopo le accuse per la repressione degli Uiguri e la controversa legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong, solo per citare alcune delle mosse del Dragone che di recente hanno creato tensione a livello internazionale.

Ma cosa hanno detto al summit sul clima?

Il presidente Usa ha promesso che, entro il 2030, il Paese ridurrà le proprie emissioni di gas serra del 50-52% rispetto ai livelli del 2005. In pratica, Biden ha raddoppiato l’impegno di Barack Obama, che puntava a ridurre le emissioni del 25-28% entro il 2025 (obiettivo non ancora raggiunto dopo i passi indietro compiuti sotto la guida di Trump). Di fatto, alzando l’asticella sul taglio delle emissioni, il neo presidente americano non solo ha affermato la sua intenzione di mettere la lotta al cambiamento climatico in cima alle priorità di una super potenza come gli Stati Uniti, ma ha anche dato il via a una vera e propria “sfida” tra Paesi a chi fissa gli obiettivi più ambiziosi.

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha ricordato l’accordo appena raggiunto dai 27 partner: riduzione del 55% delle emissioni entro il 2030, partendo dai valori del 1990, con l’obiettivo di arrivare alla neutralità nel 2050.

Il primo ministro giapponese Yoshihide Suga ha annunciato l’impegno a ridurre le emissioni del 46% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2013 (in precedenza aveva promesso una riduzione del 26%), mentre il primo ministro del Canada Justin Trudeau ha detto che, sempre entro il 2030, vuole ridurre le proprie emissioni del 40-45% rispetto ai livelli del 2005.

E la Cina?

Ecco, non tutti hanno fissato obiettivi ambiziosi. Qualcuno si è addirittura astenuto dal citare degli obiettivi concreti. Il presidente cinese Xi Jinping, infatti, si è limitato a dire che quello dell’ambiente è un terreno su cui Pechino “intende collaborare con gli Usa” in un momento in cui le relazioni sono complicate. E ha ripetuto che la Cina, attualmente il primo Paese per emissioni totali di gas serra, raggiungerà il proprio picco di emissioni nel 2030, per poi arrivare entro il 2060 alla neutralità carbonica (con dieci anni di ritardo rispetto alle altre grandi potenze mondiali), ovvero la condizione in cui per ogni tonnellata di gas serra che si diffonde nell’atmosfera se ne rimuove altrettanta.

Draghi: “invertire la rotta da subito”

Anche il Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi è intervenuto al summit ricordando che quest’anno l’Italia “detiene la presidenza del G20 e la salvaguardia del nostro pianeta è uno degli obiettivi principali del nostro programma”. I paesi del G20, ha proseguito, “rappresentano il 75% delle emissioni globali. Abbiamo una responsabilità speciale nel garantire il raggiungimento degli obiettivi dell’accordo di Parigi. Dobbiamo invertire la rotta e farlo subito, per non avere dei rimpianti dopo”.

In Europa, ha aggiunto Draghi, “abbiamo lanciato un piano comune da 750 miliardi di euro, quello che abbiamo chiamato Next Generation Eu. Uno dei suoi obiettivi è sostenere la transizione ambientale in Europa e rendere l’Ue a emissioni zero entro il 2050. Circa il 10% di esso, circa 70 miliardi di euro, andrà in investimenti in infrastrutture verdi, economia circolare e mobilità sostenibile solo in Italia”.

Tra il dire e il fare…

Insomma, che si sia trattato o meno di uno “sfoggio di bravura” o di un tentativo di non sfigurare, non ha poi tutta questa importanza: lo sforzo collettivo c’è e non può che andare a vantaggio del Pianeta, il che è sicuramente un bene. Certo, bisognerà vedere se alle promesse seguiranno i fatti.

Il prossimo appuntamento da segnare in agenda per quanto riguarda l’impegno internazionale sul clima – scrive Ispi – è la COP26 che si terrà a novembre a Glasgow. In quell’occasione, gli stati membri dell’accordo di Parigi dovranno accordarsi sull’insieme di regole per l’attuazione concreta dell’accordo (“rulebook”). Oltre a dover trovare una soluzione alle questioni rimaste irrisolte dalla COP25, per la prima volta i diversi Paesi dovranno presentare i loro Nationally determined Contributions aggiornati, indicando le loro strategie e i loro obiettivi di riduzione delle emissioni per il 2025 e/o per il 2030.

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