Dazi, Trump riapre anche il fronte con l’Europa

La linea tenuta dagli Stati Uniti con Pechino, Bruxelles e ultimamente anche India, conferma la strategia del presidente Trump. Ma preoccupa perché si inserisce in una fase delicata del ciclo economico USA

Non è durata granché la tregua raggiunta il 29 giugno, nell’ambito del G20 di Osaka, tra gli Stati Uniti e la Cina. A metà luglio il presidente USA Donald Trump, parlando dalla Cabinet Room, ha dato l’ennesimo giro alla valvola del termostato alzando di nuovo la temperatura delle relazioni tra i due giganti economici. “Manca ancora molto alla firma di un’intesa”, ha detto, deludendo ancora una volta chi spera in un accordo commerciale a breve.

Lo spettro di nuove tariffe. “Se volessi, potrei sempre imporre altri dazi”, ha detto Trump. Dazi sulle importazioni cinesi, s’intende. Ad oggi sono in vigore tariffe del 25% su 250 miliardi di dollari di import dal Dragone. A questi, se il presidente USA desse corpo alle sue minacce, potrebbero aggiungersene altri, sempre del 25%, su merci per altri 300 miliardi di dollari. Tuttavia, il nuovo ruggito di Trump sembra più che altro inserirsi nella sua tipica strategia “bastone-e-carota”. Infatti, commentando il dato sulla variazione del Prodotto Interno Lordo cinese nel secondo trimestre dell’anno – pari al +6,2%, la più bassa da quasi 30 anni – ha osservato: “Pechino vuole un accordo commerciale perché la sua economia sta rallentando”, a dimostrazione dell’impatto dei dazi USA. Gli ha fatto eco il portavoce del ministero cinese degli Esteri Geng Shuang: “gli USA vogliono un accordo commerciale tanto quanto la Cina”. E i commenti sul PIL sono “totalmente fuorvianti”: la performance dell’economia cinese nel primo semestre “non è stata brutta”, se si considerano le incertezze legate all’economia mondiale. Ma quel che conta è il segnale: ambo le parti vogliono portare avanti le trattative.

Nuovi dazi per l’Europa? Intanto la Casa Bianca ha rimesso nel mirino l’Unione Europea minacciando nuovi dazi su 89 prodotti per un valore di 4 miliardi di dollari: whisky (scozzesi e irlandesi, ma anche da altri Paesi UE), olive, prodotti caseari (tra cui i formaggi italiani, olandesi, francesi e lituani), pasta, prodotti a base di carne (soprattutto suini), frutta e una vasta gamma di manufatti industriali. Qui la disputa si inserisce nel più ampio quadro dei “malumori” – chiamiamoli così – provocati dai sussidi al settore dell’aeronautica. Tutto è cominciato negli anni Settanta e Ottanta, quando Francia e Germania hanno deciso di creare una compagnia in grado di competere con i colossi USA McDonnell Douglas e Boeing. Il risultato è stato un fuoco incrociato di accuse sugli aiuti di Stato, che va avanti ormai da anni. Il conflitto aeronautico, al contrario degli altri, avviene all’ombra dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. La quale ha sancito che sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea si sono resi colpevoli di aver sostenuto illegalmente i loro produttori di aeromobili, autorizzando entrambi i contendenti a imporre sanzioni commerciali all’altro.

Braccio di ferro sulle nuvole. La nuova ondata di misure doganali USA a carico dell’Europa si andrebbe ad aggiungere a quella dello scorso aprile, quando gli Stati Uniti hanno avviato le procedure per aumentare le tariffe sull’importazione di merci europee per 21 miliardi di dollari, sempre nel solco delle controversie aeronautiche. Secondo gli Stati Uniti, la European Aeronautic Defence and Space Company (EADS), compagnia che nel 2014 ha dato vita ad Airbus, ha beneficiato di ingenti sussidi da parte di Francia e Germania, con un vantaggio sulle concorrenti USA Boeing e McDonnell Douglas (quest’ultima acquisita dalla stessa Boeing nel 1997, a seguito di difficoltà economiche). Per contro, Bruxelles ha ribattuto che le due aziende statunitensi hanno beneficiato di contratti con il Dipartimento della Difesa americano e con la NASA, preclusi invece alla concorrenza, con enormi aiuti da parte degli enti pubblici USA. Per esempio, la città di Kansas City ha offerto alla Boeing di pagare con fondi pubblici i contributi previdenziali dei dipendenti di una delle sue fabbriche. L’eventuale nuova offensiva statunitense aprirebbe la strada a una controffensiva UE a carico degli States. Ma stavolta il fatto curioso è che l’Organizzazione Mondiale del Commercio non ha ancora determinato il valore delle misure che Washington o Bruxelles potrebbero adottare. Ciò significa che con le sue minacce Trump ha deciso, per l’ennesima volta, che non intende aspettare.

Reazione dei mercati e prospettive economiche. È fisiologico: le minacce di Trump alla Cina pesano sempre sugli umori degli investitori. Lo si vede subito dalle performance degli indici azionari (in primis quelli asiatici) che seguono gli annunci. D’altra parte, l’atteggiamento USA verso Pechino e Bruxelles – e, ultimamente, anche verso l’India – si incastona in una fase delicata del ciclo economico statunitense: negli ultimi 12 mesi l’economia globale si è contratta e gli States, che finora si sono difesi in modo egregio (+3,1% annualizzato il PIL nel primo trimestre), cominciano a risentirne. È da vedere se gli Stati Uniti avranno la meglio: se ciò accade, la crescita domestica ne beneficerà, gli investimenti esteri nel Paese aumenteranno e salirà la richiesta di dollari USA. Quindi la valuta si apprezzerà, con tutte le varie ripercussioni sull’export. Le pressioni di Trump sul numero uno della Federal Reserve Jerome Powell perché abbassi i tassi acquistano ancor più senso se lette attraverso questa lente. In attesa dei prossimi sviluppi.