Costruire con il riso: l’idea della startup italiana Ricehouse

RiceHouse converte gli scarti della coltivazione e della lavorazione in materiali edili innovativi e performanti per costruire case e presto moda e design ecosostenibili.

Dal riso può nascere (anche) una casa. RiceHouse è una startup italiana fondata esattamente su questa visione: gli scarti delle risaie non devono essere necessariamente bruciati dopo la coltivazione, ma possono diventare parte integrante di un’economia circolare dell’edilizia. Questi materiali non hanno solo il valore intrinseco del riuso, ma anche eccellenti proprietà energetiche. La paglia, la lolla (l’involucro esterno), la pula (il residuo farinoso), l’argilla e le ceneri possono tutte entrare nei processi di costruzione. RiceHouse nasce due anni fa a opera dell’architetto Tiziana Monterisi in zona di risaie, a Biella, oggi è un team di sette persone (cinque architetti), messo su insieme al compagno, Alessio Colombo, geologo. Abbiamo intervistato Tiziana Monterisi, fondatrice di RiceHouse che ha anche vinto la ING Challenge 2018 , il contest di ING Italia, in collaborazione con H-FARM, dedicato all’innovazione e alla sostenibilità.

La fondatrice di Ricehouse Tiziana Monterisi viene premiata da Valerio Fallucca, Head of Retail ING Italia, alla ING Challenge dedicata alla sostenibilità.

Come nasce RiceHouse? «Nel momento in cui mi sono trasferita a Biella. La mia esperienza come architetto mi aveva spinto a lavorare con materiali naturali, così osservavo le risaie e mi chiedevo dove finissero quegli scarti nella coltivazione. La paglia del riso, crescendo in acqua, non può essere usata in zootecnica, per dar da mangiare agli animali, perché contiene troppa silice. Ma è la stessa silice a renderla così interessante nel campo delle costruzioni: così ho iniziato a proporla come isolante nei miei cantieri. Dopo un po’ abbiamo deciso di strutturare la cosa creando una startup».

Quali sono i vantaggi degli scarti del riso? «Oltre all’aspetto etico ed ecologico, le performance energetiche sono molto elevate. Un edificio isolato in paglia non ha bisogno di riscaldamento, sono case “passive” con spese di gestione bassissime, con costi edilizi solo leggermente più alti dei prodotti chimici e cementizi che vengono dalla petrolchimica».

In che tipo di cantieri sono stati usati? «Le racconto che abbiamo di recente costruito una scuola. Pieve Torina, un paese terremotato in provincia di Macerata, le cui pareti sono in paglia e sono intonacate con la calce lolla, che deriva da un altro scarto del riso. L’edificio è perfettamente salubre e sostenibile, non ha un impianto di riscaldamento, non sono necessari i termosifoni, ci sono grandi vetrate per raccogliere gli apporti cosiddetti passivi del sole e piccole “ruote di scorta” energetiche, ma parliamo di spese di 300 euro l’anno per riscaldare un intero edificio».

Se le proprietà sono di questo tipo, secondo lei per quale motivo non abbiamo più edifici isolati con la paglia? «Il limite vero è culturale, ma le cose, sia in Italia che in Europa, stanno cambiando. Ci sono materiali come il legno o la paglia che sembrano in apparenza meno resistenti, ma sono antichi e sono stati innovati nell’uso, nella tecnologia e nei processi. Ora i nostri prodotti possono entrare in qualsiasi tipo di cantiere, da una casa mono-familiare a un grattacielo di Milano».

RiceHouse è una startup cresciuta fuori dai tipici circuiti di incubatori e acceleratori. Perché? «Siamo partiti lentamente, ma con le nostre gambe. Le startup accelerate hanno una morìa elevata, noi volevamo essere sicuri di avere le forze per andare avanti da soli, consolidando il progetto e il mercato. Ora stiamo cercando investitori, ci siamo affidati anche a un importante distributore come NordTex, specializzato in materiali naturali per l’edilizia».

Quali sono state le principali difficoltà lungo il percorso? «È stato difficile entrare nel mondo dell’agricoltura e far capire ai coltivatori che volevamo collegarla all’architettura. È un mondo molto maschile, ancora più dell’edilizia, e da donna è   stata dura i primi anni, preferivano bruciare gli scarti. Ora sono loro che ci chiamano».

Cosa ci guadagnano? Pagate gli scarti? «Chiediamo all’agricoltore di raccogliere la paglia in modo funzionale ai nostri processi. Lo scarto in sé costa pochissimo, paghiamo il lavoro di stoccaggio e logistica che l’agricoltore fa per noi».

Ci sono altri scarti con prospettive interessanti per l’architettura? «Ce ne sono diversi, sono interessanti gli scarti che derivano dalla lavorazione del vino ad esempio. Ma il progetto RiceHouse nei prossimi anni vuole allargarsi, uscire dal recinto dell’architettura ed esplorare la possibilità di fare oggetti di design e moda con gli scarti del riso».

Com’è stata l’esperienza della ING Challenge? «Siamo stati molto contenti e soddisfatti per la motivazione della giura in merito alla nostra selezione, perché ha premiato lo sviluppo del territorio e l’economia circolare sul quale è fondata tutta la nostra attività. La selezione ci permette di fare un’esperienza di tre giorni con H-FARM, un campus intensivo con esperti e consulenti del settore, oltre alla possibilità di vincere un premio in denaro. Il bootcamp si terrà il 12, 13 e 14 febbraio, e chissà quale prospettive ci aprirà…».

Cosa pensate dei materiali di riuso agricolo nell’edilizia?